
mercoledì, 31 ottobre 2007
20:14
Ieri sera ero molto triste. E triste proprio non dovrei esserlo perchè le cose ultimamente mi vanno davvero bene, come da tempo proprio non volevano andare: il nuovo lavoro mi esalta, le colleghe sono le migliori che potevano capitarmi, ho scelto il titolo per la tesi, la casina nuova tra poco sarà pronta e pare che il mio moroso storico mi voglia davvero bene (ho sempre avuto un atteggiamento dubbioso a riguardo, perchè in generale non mi fido della durata da latticino dell'amore degli uomini). Eppure ieri sera ero triste: lo so che è una cosa vergognosa intristirsi perchè non ci si trova tra 12000 bambine urlanti in mezzo ad un concerto a Milano, ma io lo ero. Ero triste. Così ho fatto quello che tutti al posto mio avrebbero fatto: sono corsa da un'amica. E fin qui tutto bene. Arrivata a casa sua Devil, il suo pelosissimo cane, un incrocio tra uno spinone e John Cena, ha preso la rincorsa e con un salto da olimpiadi mi ha dato una testata da schiantarmi in terra. Ed è proprio quello che ho fatto: mi sono schiantata in terra. Devil mi ha leccato gli occhiali, per nulla impietosito, e Fra mi ha preparato the e miele... Era meglio se andavo al concerto.
domenica, 28 ottobre 2007
23:15
"When Cameron was in Egypt's land.....let my Cameron go."
"Pardon my French, but Cameron is so tight that if you stuck a lump of coal up his ass, in two weeks you'd have a diamond."
Ferris Bueller - 1986
domenica, 28 ottobre 2007
22:28

No words.
Non so, ma c'è qualcosa di dolce e tenero in quest'album totalmente orrendo. Un qualcosa di contorto che ha invaso il mio cuoricino, di solito un po' brodoso quando si parla di questi cucciolini tedeschi, e che mi ha spinto ad ascoltare queste 7 tracce più e più volte. Di certo io ci capisco poco di musica, ma anche loro non ci capivano molto di più. Eppure è meritevole lo sforzo, il coraggio e l'originalità che accompagnano questo album d'esordio dei nostri eroi. E poi Lebe di Sekunde, versione-Devilish, all'ennesimo ascolto sembra quasi carina.
domenica, 28 ottobre 2007
22:11
Titolo: Il Budda delle periferie
Autore: Hanif Kureishi
Casa Editrice: Tascabili Bompiani
Anno 1° pubblicazione: 1990
Niente da dire: ho una predilezione per i romanzi d’esordio. Eppure Il Budda delle periferie finisce inesorabilmente tra i primi posti tra le mie storie preferite. Un esempio di Bildungsroman come pochi se ne sono visti in giro dopo il Wilhelm Meister . Due sono i macrotemi che ne compongono la trama: il contrasto e lo scontro generazionale (tra genitori e figli) e il complesso e frastagliato mondo degli immigrati dal subcontinente indiano nella Londra degli anni settanta. Le avventure pazze e toccanti di Karim, adolescente metà indiano e metà inglese, ci portano attraverso un lungo viaggio, popolato da personaggi stupendi e stupefacenti e vivacizzato da storie multirazziali e psichedeliche. Lo stile di Kureishi (che lascia intravvedere molto della sua stessa biografia nelle vicende di Karim) è perfetto: sincero, ironico, veloce (si legge da solo!) in una parola: irresistibile. A scandire i passi del giovane protagonista ci sono dotte citazione, da Dante a Virgilio, da Sofocle a Dickens, da Balzac a Ibsen, da Kipling a Calvino. Il ritmo ce lo regala una colonna sonora da urlo (per chi ama il beat, il punk e la new wave) tutta suonata nella testa del confuso karim. Un libro che ha vinto il Whitbread Prize come miglior romanzo del 1990 e che, senza volerlo, è diventato un cult. Anche qui l’incipit è davvero d’obbligo per capire l’energia di questo libro:
Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato dall’incrocio di due vecchie culture. A me però non importa, sono inglese (che la circostanza mi riempia di orgoglio), vengo dalla periferia a sud di Londra e sto andando da qualche parte. Forse è stato lo strano miscuglio di continenti e sangue, un pezzo qui e uno là, l’avere un senso di appartenenza e il non averlo, a rendermi una persona irrequieta, che tende ad annoiarsi facilmente.
Concludo con una personalissima dichiarazione d’amore per Jamila, ragazza forte e strana, intensa e terribilmente leggera a volte, un personaggio che ho amato immediatamente, simbolo delle donne nel loro momento storico più infuocato e difficile; dopo il protagonista, il personaggio meglio studiato e concepito. E se ancora non vi ho convinto a leggere Il Budda, allora vi dico che Salman Rushdie l’ha adorato…
mercoledì, 24 ottobre 2007
23:17
Gregory House è tornato ed è più in forma che mai. Reduce dalla visione della prima puntata della nuovissima quarta stagione delle avventure del dottore più geniale ed eccentrico della tv, non riesco a non esternare l'esaltazione che mi ha provocato! Già il finale della terza serie preannunciava grandi cambiamenti, ma a dire il vero non mi sarei mai aspettata che all'apice del successo ottenuto un po' ovunque, la produzione decidesse di liberarsi del 50% del cast originale. Di solito "squadra che vince non si cambia", beh o hanno la presunzione in tasca o sanno decisamente quel che fanno. La prima puntata della nuova serie dice che i produttori sanno quel che fanno: è geniale, brillante, divertente, arguta, insomma una trama con i controfiocchi! E ho la sensazione non possa che migliorare! Una vera ed inaspettata sorpresa per chi come me sa come finiscono i serial americani tirati per le lunghe ( X Files rules).
spoiler: è ovvio che rivedremo ancora il team originale... ma in che veste? :)
mercoledì, 24 ottobre 2007
13:19
Erano le 14.30 del pomeriggio di ieri quando il probabile scoppio di un embolo nella mente, già oltremodo devastata, della Roby ha messo in moto una serie di eventi inarrestabili che ci ha portato nel giro di poche ore in un viaggio nel tempo che da tanto inconsciamente desideravamo.
Ed è stato bellissimo.
Deciso il da farsi, in due e due quattro abbiamo abbozzato un piano d'attacco e, organizzati i nostri precedenti impegni e sistemata l'igiene personale siam partite per quel di Bologna, direzione Casalecchio di Reno, zona per altro conosciutissima dalla suddetta pilota Roby.
Conosciutissima questo par di ciufoli.
Prese dal concitato (e difficilissimo) riassunto di circa dieci puntate, perse dalla sottoscritta, di Heroes, ci lasciamo alle spalle, non si sa ancora ben dove, la giusta uscita del casello. Agitate, ma più consapevoli del fatto Heroes sia una grossa sincope mentale di produttori in crisi di identità, arriviamo perplesse all'uscita di Modena.
Qui qualcosa non quaglia.
No Panic.
Dopo un paio di telefonate d'emergenza alquanto imbarazzanti (Santo Al!), torniamo indietro certe di non potercela fare e ormai rassegnate all'idea di passare le prossime ore dentro l'Ikea. Ma ecco che all'orizzonte la nostra meta ci appare come in sogno. O come un dejavù. Davanti a noi il PalaMalaguti si staglia nello scuro cielo del 23 ottobre 2007.
Parcheggiata comodamente la macchina attaccata all'entrata e deviate quattro o cinque bancarelle di fetide magliette e bandane, ecco che avvistiamo un bagarino che ci offre due biglietti e pure scontati. I nostri primi biglietti ad un bagarino! Queste sono le cose per cui merita avere un blog su cui vantarsi! Con passo trionfale entriamo nel palazzetto.
Esplodono i ricordi. Che emozione.
Dopo 12 anni eccoci di nuovo a Casalecchio, ancora io e la Roby, ancora sotto al palco, ancora a vedere i Take That.

E' stato splendido. E' stato diverso dall'ultima volta. 12 anni fa ero più giovane e ho vissuto tutto elevato all'ennesima potenza. Ieri sera è stata un'esperienza davvero insolita. L'ultima volta che ho visto il palazzetto era stracolmo di ragazzine: una struttura come quella contiene in tutta sicurezza circa 6000 persone...all'epoca eravamo più di 12000. Strette, urlanti, con gli ormoni a mille non credo di aver sentito una sola parola che si levava da quello stesso palco su cui ieri sera si sono esibiti Gary, Jason, Mark e Howard dopo più di 10 anni. Il concerto di ieri è stato come una grande rimpatriata: probabilmente eravamo le stesse di quella volta, ma più grandi e tranquille. Certo, eravamo molto meno, in realtà il palazzetto era quasi vuoto, ma è stato meglio. Ci siamo gustate il concerto in piena serenità, cantato a squarciagola e pure ballato perchè, ammettiamolo, quando sento Sure le mie gambe partono e chi le ferma più. Vecchi successi come Back for good, incredibili versioni di canzoni amate alla follia come Could it be magic, splendidi nuovi pezzi. Insomma, un vero spettacolo.
Ok, ok, diciamola tutta... ho scioperato per la durata di due canzoni: non posso sopportare che i pezzi cantati ai tempi da Robbie vengano cantate dagli altri. Mi sono rifiutata di cantare anche solo una sillaba. Almeno credo... la Roby sostiene che le mie labbra si muovevano, ma io non le credo ;).
lunedì, 22 ottobre 2007
21:30
E' inutile, a dispetto di tutta la mia razionalità, la mia veneranda età e gli insulti ben poco velati ma molto coloriti di amiche e moroso, io questi due cuccioli di Kaulitz made in Deutschland me li puccetterei ad oltranza! E pure insieme, al diavolo il twincest !
Più Georg per tutte, ma più per me, ovviamente.
lunedì, 22 ottobre 2007
20:44
Titolo: Il venditore di armi
Autore: Hugh Laurie
Casa Editrice: Marsilio
Anno 1a pubblicazione:1996
Ho acquistato questo libro spinta, come immagino molti altri, dal nome dell'autore, ben noto a chi, come me, non si perde da anni una puntata del Dottor House.
Mr. Laurie, all'epoca della prima pubblicazione non si sognava neanche di Vicodin e bastone: era solo un attore britannico con innato talento per la commedia very british. Eppure il gioiellino che mi vanto di tenere tra le mani sembra essere uscito dalla penna di uno scrittore esperto, non certo di un principiante. 349 pagine di autentico british wit e divertimento: quest'opera d'esordio ha tutta la freschezza e l'originalità di un'opera prima. Umorismo, letali battute e personaggi tanto affascinanti quanto esilaranti si uniscono all'azione dei filmoni americani da record di incassi. Lo stile di Mr. Laurie è davvero accattivante: la lettura risulta veloce e piacevole, scandita dal suo tocco comico e da arguti dialoghi più unici che rari. Un esempio? L'incipit:
Immaginate di dover rompere il braccio a qualcuno. Destro o sinistro, non importa. Il punto è che dovete romperlo, perché se no... be', nemmeno questo importa. Diciamo che se non lo fate vi succederanno brutte cose. Ora, la mia domanda è questa: rompete il braccio in fretta (snap, ahi!, scusi, mi permetta di aiutarla con questa stecca di fortuna), oppure trascinate la faccenda per otto minuti buoni, aumentando di tanto in tanto la pressione a dosi minime, finché il dolore diventa rosa verde e caldo e freddo e del tutto insopportabile, da ululare?
In ultima analisi, mi sono divertita un sacco nel leggere Il venditore di armi e lo consiglio a chi, come la sottoscritta, vivrebbe di spaghetti e thriller. Ma anche a tutti gli altri, perché no :) Non vi scriverò della trama perchè, come ogni giallo che si rispetta, merita la suspense del caso.
lunedì, 22 ottobre 2007
12:08
E' una vecchia scena dal sapore antico, piccante e maliziosa: il rito della seduzione. Siamo ancora in grado noi, freddi animali metropolitani, di sentirne il brivido? Il brivido di una calza di seta che scivola giùfino alla caviglia, il brivido di mani estranee che ti sfiorano la pelle, il brivido di essere guardate facendo finta di non saperlo...
Regola dopo regola l'uomo si è messo in prigione da solo. Ed ha terrore del desiderio...
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Template che rispecchia molto la mia personalità , un po' infantile ed immatura, ma calda, dolce, sofffice e rassicurante come una paperella di peluches che sembra voler dire: "Sono qui, sono io, sono buffa, rotonda, e un po' storta, ma sono qui. Gioca con me" |
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Arrivata a 30 anni me ne sento 17. Fangirl, ovviamente 17enne e cretina, di Vegeta, Robbie Williams, Take That, Tokio Hotel, Terence Trent D'Arby, Christian Kane, e Simply Red. Adoro Peter Jackson e Britney Spears solo quando trasudano trash. Amo Lucio Dalla, Raffaella Carrà e Renato Zero. Sono la massima autorità in Emilia Romagna quando si tratta di serial tv americani anni '80 e '90, tanto da aver scritto una tesi da 30 e lode per l'Università di Bologna. Esperta nell'arte di rompere le balle in spiaggia ad amici e parenti. Divoratrice di libri gialli e thriller, di fanfictions e di manga. Da grande vorrei diventare come Jessica Fletcher. E sposare Indiana Jones.
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Love: Ricky, la musica, i libri, la tranquillità, il mio divano, i seriels
Hate: gli insetti, il silenzio, il vento, la fretta, l'ignoranza, l'intolleranza
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'*loading*'
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Ceci77 in lavorare lavorare la... sara2005 in lavorare lavorare la...
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oggi
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La lista è lunga, datemi il tempo di capire da dove iniziare ;)
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...Senta, signore, non ci crede nessuno! Tutti hanno delle storie da raccontare! Io vi ho appena detto che per quindici anni ho dormito nello stesso letto insieme a mia moglie, nella stessa camera dello stesso appartamento e nello stesso quartiere di Tokyo...e siamo così tanti, e tutti così diversi! Basta che mi raccontiate come andate al lavoro ogni mattina nel posto dove vivete, e per me è già una storia! Una leggenda! Scusatemi, sono stanco e un po' stressato, di solito non parlo così, ma penso che quando ci si ritrova insieme in questo modo ci sia bisogno di qualche storia. Si sentì una voce: Io ho una storia da raccontare. Così, semplicissimo. ...
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Moderno Decameron, in cui si intrecciano storie tra fiaba e parabola, tra sogno e realtà , storie intrise di forte spiritualità e di umanità , storie che sembrano esistere al limite della tradizione e della contemporaneità . Un ciclo di storie narrate con l'espediente boccaccesco di una cornice attuale, ma che ci racconta il mondo di oggi con le sue contraddizioni e i suoi compromessi. Sono le voci di tredici persone intrappolate nell'areoporto di Tokyo, tra bagagli silenzionsi e paure nascoste, che ci raccontano se stessi e la natura umana con i suoi bianchi e neri.
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Laurearmi
Andare a convivere
Dimagrire
Avere "quella" cucina
Essere assunta fissa al lavoro
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